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“Se a partorire non è una madre”. Bisogna ammettere che il titolo scelto non passa inosservato. È il nome dato a uno dei panel previsti…

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19 Settembre 2026

La gravidanza trans al Congresso di ostetricia. Intanto restano irrisolti i problemi delle madri

“Se a partorire non è una madre”. Bisogna ammettere che il titolo scelto non passa inosservato. È il nome dato a uno dei panel previsti al Congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Ostetricia, in programma il 3 e 4 ottobre 2026. Le ostetriche parleranno di gravidanza, parto e allattamento nella comunità trans, ma anche di linguaggio, percorsi sanitari e assistenza alle persone che hanno intrapreso un percorso di affermazione di genere.

Quando ho letto la notizia ammetto che mi è tornato subito in mente “Junior”, il film del 1994 con Arnold Schwarzenegger. Lui era il protagonista, un medico ginecologo che si sottopone a un esperimento e porta avanti una gravidanza fino al parto cesareo.

Quando lo vidi pensai che fosse fantascienza. Sono passati poco più di trent’anni e una gravidanza vissuta da una persona che si identifica come uomo non appartiene più solo alla finzione cinematografica…

A livello medico, un uomo transgender che abbia conservato l’apparato riproduttivo femminile può affrontare una gravidanza. In Italia non esistono statistiche nazionali che permettano di sapere quante gravidanze di persone transgender si verifichino ogni anno.

La questione che mi interessa sollevare, comunque, è la seguente. Mentre la medicina si confronta con nuove realtà sociali, restano lacune enormi da colmare nell’assistenza alla gravidanza, al parto e soprattutto al post partum; esperienze che in Italia riguardano ogni anno centinaia di migliaia di donne.

Sostenere che nel 2026 il percorso della maternità sia ormai privo di criticità non è credibile. Nei giorni scorsi è morta Rossella Suriano, 36 anni, nove giorni dopo aver dato alla luce suo figlio. Dopo un parto senza particolari complicazioni era tornata a casa, ma nei giorni successivi ha avuto una grave emorragia ed è stata nuovamente ricoverata.

Il 17 dicembre 2024, al Policlinico San Matteo di Pavia, Andreea Mihaela Antochi, 30 anni, perse la vita durante il parto insieme al bambino che portava in grembo, Sasha. Il decesso è stato ricondotto a un’embolia da liquido amniotico, una complicanza ostetrica estremamente rara.

Sono vicende che ci ricordano come il racconto troppo spesso edulcorato della maternità tenda a dimenticare che gravidanza, parto e puerperio sono processi fisiologici, ma possono presentare complicazioni anche gravissime e richiedono competenze, assistenza e attenzione. Lo dico anche avendo vissuto personalmente gravidanza, parto e post partum due anni fa.

Non si può trasformare un’esperienza individuale in una statistica, la mia, insieme alla cronaca, però, mi è bastata per comprendere quanto possa essere distante l’immagine idealizzata della maternità dalla sua realtà concreta e quanto, ancora oggi, una donna possa trovarsi impreparata davanti a ciò che accade durante e dopo il parto.

La formazione sanitaria inevitabilmente evolve insieme alla società, così anche la medicina viene attraversata dalle trasformazioni culturali del proprio tempo. Negli ultimi anni il dibattito occidentale ha subito un’accelerazione sui temi dell’identità di genere e dell’inclusione delle persone transgender. Era inevitabile che questa coinvolgesse la formazione sanitaria.

Ma perché le risorse, il tempo della formazione e l’attenzione sanitaria non sono infiniti, una riflessione sulle priorità rimane legittima. Mentre ampliamo le competenze per assistere gravidanze e parti di uomini transgender, quanto stiamo facendo per migliorare l’assistenza che riguarda ogni anno centinaia di migliaia di donne?!

Ampliare l’assistenza verso bisogni nuovi non può diventare un alibi per considerare risolti problemi molto più diffusi che risolti non sono affatto.

Invece, la tendenza di oggi è quella di spostare lo sguardo da qualcuno a qualcun altro in nome dell’inclusione.

Chi sono

Sono una giornalista, autrice e inviata. Ho lavorato davanti e dietro la telecamera, passando dalla conduzione alla direzione editoriale, fino al lavoro sul campo.

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